lunedì 29 dicembre 2014

Spensierato

Ci sono album e gruppi che, in passato, ho ascoltato in maniera ossessiva. Sono tanti. Penso che sia anche normale vivere un po' le cose a fasi, a periodi. Quando avevo ancora le musicassette alcune arrivavo a consumarle fino a renderle quasi inascoltabili.
Molti di questi gruppi e album poi finiscono nel dimenticatoio, anche se devo dire che da quando sono stati inventati gli mp3 questo destino è stato a risparmiato a molti dischi. Altri invece hanno qualcosa di magico che ti fa venire voglia di ascoltarli sempre, anche a distanza di anni.
A me capita spesso con artisti e dischi degli anni '90, e non è un caso. Quelli per me sono stati anni piuttosto spensierati: cominciavo ad avere un po' di consapevolezza ma non avevo ancora i grattacapi che la vita adulta sa presentarti. É un aspetto che probabilmente, pur avendolo gustato e vissuto appieno, col senno di poi apprezzo ancora di più. Sono stati proprio degli anni magici.
Ho cominciato a suonare, ad aver voglia di imparare, a fare esperienze.
E, anche se con qualche buco, ricordo che, da quando ho scoperto gli Ugly Kid Joe fin ad oggi, non ho mai smesso di ascoltarli volentieri. In quei pomeriggi da liceale, che a volte passavo con videocassette semivuote in canna e il telecomando del videoregistratore in mano, pronto a fissare su nastro le chicche trasmesse da MTV (quando ancora non era MTV Italia e tutti i vj parlavano inglese), mi sono imbattuto nel video di "Everything about you".
Avevo già cominciato all'epoca a spaziare molto in termini di ascolti, ma trovare una band così scanzonata che suonava un genere a me tanto affine mi ha fatto affezionare subito a quei 5 cazzoni.
Mi vien da sorridere al ricordo di quel concerto di Natale in cui un gruppo di amici, che comunque suonava musica propria, mi invitò a cantare con loro proprio quel pezzo di cui avevano deciso di fare una cover (eccezione, all'epoca in cui le tribute band fortunatamente non avevano ancora fagocitato la scena live italiana e anche i gruppetti locali avevano qualcosa da esprimere).
E oggi quando ascolto gli Ugly Kid Joe mi rivedo così, sedicenne, e mi piace sapere di non aver ancora perso del tutto la spensieratezza, la curiosità e la voglia di sorridere.

lunedì 15 dicembre 2014

Ricordi texani

Una delle cose che visivamente ricordo di più del mio mese vissuto in Texas, al Sonic Ranch Studio, sono i colori. L'ocra della terra polverosa e il celeste, quasi sempre privo di nuvole, del cielo.
Potrei averle associate musicalmente, quelle tonalità, a molte canzoni o artisti più pertinenti (Stevie Ray Vaughan o i ZZ-Top, giusto per citare i primi che vengono in mente) e invece, direi abbastanza per caso, si sono incollate per sempre all'album "Brothers in Arms" dei Devil in Me e in particolare al brano "Only God".
Li avevo trovati per caso su YouTube e mi ero messo ad ascoltare quel disco a ciclo continuo.
Sono state settimane meravigliose, un'esperienza irripetibile (credo) a livello personale e musicale, ma sono anche capitate in un periodo di transizione della mia vita. Una linea di demarcazione come quella rete di confine col Messico che costeggiavo durante le frequenti passeggiate, immerso in me stesso e con questo gruppo hardcore portoghese come colonna sonora.
Ho portato a casa tanto da là e mi piace pensare di aver lasciato qualcosa di me anche a chi ho incontrato.
Un'altra delle cose che è stata splendida per me, che ogni anno divento sempre più insofferente nei confronti del freddo, è stata trovarmi al caldo nei mesi invernali. Quel sole, come sempre, mi ha dato la serenità e la pace di cui avevo bisogno per affrontare ciò che mi sarebbe poi capitato.

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domenica 14 dicembre 2014

Il tempo che non ho

Troppe cose da fare e troppo poco tempo.
La cosa brutta è che molte delle cose da fare sono doveri, e che ancora più spesso sono doveri di un modo di vivere in cui sono stato cresciuto. In cui siamo stati cresciuti un po' tutti.
Questa è la nostra vita e, come diceva Palahniuk in Fight Club, sta finendo un minuto alla volta. E ce ne dimentichiamo troppo spesso. La sprechiamo. Non prestiamo attenzione alle cose belle che abbiamo davanti agli occhi. Sempre. Tutta la vita.
Poi succede che ti svegli, guardi il telefono e scopri che Wood è morto.
E pensi alla sua Stratocaster bianca rimasta senza padrone.
A tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarlo. Di conoscerlo.
E pensi che vorresti dedicargli una canzone.
E scegli "Don't follow" degli Alice in Chains.
E non importano tutte le parole che, in qualsiasi altro momento, dedicheresti a questa canzone, a Jerry Cantrell e a Layne Staley e alla loro musica straordinaria.
Ascolti e basta.

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domenica 7 dicembre 2014

Donne

Qualche volta mi viene da chiedermi come dev’essere essere donna.
Soprattutto essere donna in una società che cerca di scrollarsi, molto lentamente, millenni di maschilismo. E quanto diverso, probabilmente in meglio, sarebbe un mondo dove le donne non fossero state represse, castrate e sottomesse, sia fisicamente che psicologicamente per così tanto tempo.
Questa riflessione mi è partita in più d’una occasione ascoltando musica cantata da voci femminili.
La cosa bella, soprattutto nella musica pop dove le donne sono riuscite a ritagliarsi molto più spazio che in altri generi, è che in questa forma d’arte (ma non solo) le donne riescono a farci intravedere un mondo che noi uomini difficilmente riusciremo mai a comprendere appieno. Un universo che sa essere fatto di sensibilità e grazia ma che spesso non ha niente da invidiare a quelle che nell’immaginario collettivo dovrebbero essere caratteristiche prevalentemente maschili: forza, energia, coraggio.
Uno degli esempi più emblematici per quanto mi riguarda è Pink, al secolo Alecia Beth Moore, artista che al primo ascolto distratto avevo, detto ammetterlo, un po’ snobbato, ancora ai tempi del suo secondo album Missudaztood. È stato solo nel 2008, causa anche il mio sporadico utilizzo della radio, che mi è tornata nelle orecchie e mi è penetrata nel cervello col tormentone “So What!”.
Il pezzo è molto rappresentativo della stoffa della ragazza (penso che potrò chiamarla sempre così, dato che ha qualche anno meno di me) ma è solo la punta di un iceberg incredibile e multicolore.
Pink è una showgirl incredibile, una musicista talentuosa e, per lo meno per quel poco che conosco l’universo pop, una delle poche cantanti che mi sembrano davvero genuine in una scena musicale viziata purtroppo dal music business.
Pur avendo, soprattutto gli ultimi album che conosco meglio, dei pezzi musicalmente bellissimi, singoli bomba e una invidiabile varietà, sono i suoi testi che mi hanno conquistato. Sono testi di una donna matura, di una persona che sa esprimere personalità, grinta, carattere e che non ha paura di mettersi in mostra e di mettersi in gioco.
Nella sua musica puoi capire cosa vuol dire aver lottato, pensato, riso e pianto. Cosa vuol dire vivere, insomma.

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Video di So What su YouTube

giovedì 27 novembre 2014

Miscugli

Il mio primo incontro ravvicinato del terzo tipo con la musica rap l'ho avuto a 12 anni quando l'allora fidanzato di mia sorella mi ha prestato la musicassetta "Deejay Rap", compilation prodotta da Radio Deejay.
La compilation conteneva l'imbarazzante "The rappers" di Jovanotti, che nell'88 aveva esordito con il suo primo album dove cantava in inglese. Imbarazzante più che altro per me perché ricordo che il primo Jovanotti mi aveva preso strabene, nonostante dovesse musicalmente ancora cominciare a produrre qualcosa di decente. Quell'album era un patetico scimmiottamento di un genere che in Italia all'epoca non si sapeva ancora cosa fosse.
La cassetta comunque conteneva tra le altre tracce anche "No Sleep Till Brooklyn" dei Beastie Boys.
Quello è stato un momento della mia vita in cui, anche se forse ancora inconsciamente, ho cominciato a capire che il mondo non è fatto di bianchi e di neri, ma contiene anche tutte le gradazioni possibili e immaginabili da un estremo all'altro.
Non posso certo dire che i Beastie Boys fossero in prossimità della loro maturità artistica. Inoltre ero ancora troppo giovane e stavo per entrare in una delle mie ultime monomanie musicali (quella per gli Iron Maiden), ma il seme del buonsenso si era conficcato nel mio cervello nell'attesa di poter germogliare.
Ignoravo all'epoca il significato della parola crossover ma quella canzone parlava chiaro: mescolare, confrontare, sperimentare è una strada che nella vita non ci si deve precludere. I fanatismi, gli estremismi, gli -ismi solitamente non portano a nient'altro che alla fossilizzazione e alla sterilità mentale e morale. Dopo di allora, fortunatamente, ho avuto modo di ascoltare molta musica dove il confine tra due o più generi veniva cancellato, disintegrato, spazzato via a forza di buone idee e pian piano ho cominciato ad aprire la mente e le orecchie.
Ignoravo anche che l'assolo di chitarra fosse opera di Kerry King degli Slayer e che solo pochi anni prima i Beastie Boys fossero nati come band hardcore nell'allora nascente scena newyorkese (anche se scoprirlo molti anni dopo mi è sembrato come trovare l'ultima tessera di un immaginario puzzle) ma col senno di poi posso dire che se nessuno avesse un po' più di coraggio di mettersi in gioco e di provare, magari anche a forza all'inizio, di prendere un po' di bianco e un po' di nero, e di sporcarsi le mani finché non diventano grigie il mondo sarebbe già finito da un pezzo.

i Beastie Boys su Wikipedia
No Sleep Till Brooklyn su YouTube

lunedì 24 novembre 2014

Ritmo

Non mi sono mai ritenuto un bravo musicista. Non è che sia particolarmente scontento di come so suonare, semplicemente sono conscio dei miei limiti tecnici (e forse non mi sono mai impegnato a sufficienza per superarli), ci convivo e mi va bene così.
Ciò nonostante spesso quando sento un chitarrista bravo, forse perché è naturale fare confronti, mi viene da pensare che chitarristi più bravi ce ne sono veramente molti. Non è che li invidio più di tanto, anzi spesso li ascolto con ammirazione, ma è quando mi accorgo che la bravura tecnica (che è comunque una cosa che si può migliorare con l'esercizio) è accompagnata dal talento che mi rendo conto di quanto sono fortunati.
Questo vale per i musicisti in toto e per il talento in ogni campo più in generale. C'è un po' questa casualità che mi diverte, a volte scopro talento in persone insospettabili. Avere talento comporta la stessa dose di fortuna che ci vuole per vincere a una lotteria. Non c'è niente di logico dietro.
Io credo che anche se indubbiamente amo suonare la chitarra sarei stato più portato per suonare la batteria. Penso che per lo meno sarei stato un batterista più bravo di quanto sia con la chitarra. È una sensazione che ho provato quelle poche volte che mi son messo dietro ai tamburi a provare a suonicchiarla. Ma soprattutto è uno strumento che dà una soddisfazione incredibile. Nella musica che solitamente trovo più affine, quella che mi da le migliori sensazioni, la batteria è il fulcro di tutto. Ricordo che mi sono appassionato al rock relativamente presto ma solo più tardi ho capito che è da quei fusti, da quelle pelli, dall'energia dei colpi che nasce tutta la magia. E ho cominciato a prestare molta più attenzione a quello che le mie orecchie davano un po' per scontato, a capire la differenza tra un batterista medio o mediocre e uno bravo.
Credo fosse il 2000 quando ho sentito per la prima Nookie dei Limp Bizkit. Il groove di John Otto mi ha letteralmente folgorato. Mi son sentito sollevare a pedate in culo dal tiro di quel pezzo. Be'... sono pedate bellissime. Non è che Fred Durst e gli altri membri della band non facciano il loro (a dirla tutta Borland alla chitarra e Rivers al basso sono delle macchine da guerra pure loro) ma qui siamo proprio su un altro pianeta. E secondo me non è questione di sola bravura. È una cosa emotiva, è il talento che ti arriva in faccia come un diretto di Mike Tyson.

Limp Bizkit su Wikipedia

domenica 23 novembre 2014

Riderci su

Quando internet come oggi lo conosciamo non esisteva, qui in Italia il mito dell’America era molto più presente, complice il fatto che le mode e le novità che (chissà poi perché?) arrivavano quasi esclusivamente da oltreoceano non erano istantanee ma ci giungevano sempre con mesi, se non addirittura con anni, di differita.
Siamo sempre stati un po’ pecoroni, in Europa ma molto più in Italia, nel sorbirci tutto ciò che arrivava dagli U.S.A, di buono e di meno buono, senza alcun senso critico solo per il fatto che fossero cose americane.
Di certo se uno si ferma solo un po’ a riflettere si accorge che non è tutto oro quel che luccica e che seppure “avanti” in molti campi e settori, la società statunitense è piena zeppa di problemi e contraddizioni.
Nonostante tutto però, se vogliamo essere obiettivi, a livello musicale negli ultimi 50 anni ci han fatto scuola. Secondo me il fatto che la musica lì non sia vista come una perdita di tempo e concepire l’idea che possa, oltre che essere una grande passione, essere anche un mestiere a tempo pieno dà una marcia in più agli americani.
Uno dei difetti però è anche quello che a volte i musicisti, soprattutto quelli che suonano magari qualche genere considerato più “colto”, hanno la tendenza a prendersi davvero troppo sul serio.
In questo scenario trovare anche chi, non senza mancare comunque di bravura tecnica o di professionalità, riesce a prendere le cose un po’ più alla leggera e a prendere/prendersi un po’ in giro è per me molto piacevole, soprattutto se ciò arriva da un popolo che tendenzialmente è un pochino bigotto e perbenista.
Qualche anno fa sono incappato per caso in Highway to Hangover, primo album uscito nel 2006 dei Bourbon Crow. Non che l’ironia e l’autoironia di Wednesday 13 non siano già abbondantemente presenti nel suo progetto principale, ma in questa band lui e Rayen Belchere riescono a prendere un genere tra quelli più classici della musica americana moderna e dargli un punto di vista decisamente più divertente. In particolare la loro scelta di usare il country/western e dissacrarlo con testi tanto esilaranti è stata una cosa che mi ha conquistato al primo ascolto.
Ho un amico che spesso in compagnia ci dice quale canzone vorrebbe al suo funerale, cambiandone più o meno una a settimana e suscitando ilarità generale. Be’, se dovessi sceglierne una io per il mio, in questo momento, vorrei che fosse “I wanna go” dei Bourbon Crow. Se proprio dobbiamo andarcene è meglio farlo con un sorriso.

Bourbon Crow su wikipedia (inglese)

sabato 22 novembre 2014

Il posto giusto

Ci sono cose, ci sono persone, ci sono canzoni che hanno il loro posto naturale.
Quando ascolto "Me so 'mbriacato" di Alessandro Mannarino, senza nemmeno chiudere gli occhi, mi sembra di essere in osteria.
Certo, il piccoletto è pieno di talento e di poesia ma la cosa più bella, ascoltandolo cantare, è che ti verrebbe voglia di essere con lui in una trattoria di Trastevere a bere rosso su quei piccoli bicchieri di vetro sfaccettati che oggi si  trovano raramente ma che eravamo abituati a vedere in mano ai nostri nonni.
Io dei miei due nonni ne ho conosciuto solo uno, e nemmeno troppo bene perché se n'è andato quando ero piccolo, ma ricordo le sue mani grandissime e la sua Opel Kadett azzurra che, non ho mai capito perché, aveva chiamato Bianchina.
Ricordo comunque poco di lui, a parte quello che della loro pittoresca vita insieme mi ha raccontato la nonna, ma penso che mi avrebbe fatto bene poter riuscire a bere un bicchiere di Cabernet con lui.

Me so 'mbriacato

venerdì 21 novembre 2014

Cambiare idea

Per un lungo periodo periodo della mia vita ho avuto una sorta di avversione per gli anni '80. Mi ero un po' fissato diciamo, e riuscivo a vedere solo il peso che in quel decennio si era dato all'apparenza, ai soldi oltre al disgusto che provavo per il cattivo gusto nella moda dei capelli cotonati, dei colori fluo, delle spalline, delle braghe a vita alta.
Avevo esteso questo rifiuto anche per la maggior parte della musica, forse anche per il fatto che erano anni dove aveva spadroneggiato il genere pop, e la neonata elettronica era onnipresente a mo' di prezzemolo non solo nel pop ma aveva a mio modo di vedere "ammorbato" anche generi che ritenevo più "puri" come il rock.
Di recente invece mi è ricapitato di ascoltare Jump dei Van Halen e di ripensare ai miei 7-8 anni, quando in ferie nell'isola di Silba in Croazia ho per la prima volta sentito alla radio quel brano. Ho ritrovato anche nel mio album una foto di quelle ferie, quel piccolo me mingherlino in costume da bagno, con un piede in una ciabatta e l'altro in un sandalo. Un bambino felice insomma. Un potenziale adulto senza preconcetti che aveva trovato in quella canzone una grinta che lo contagiava e non stava a farsi tremila pippe mentali.
Qualche tempo dopo ero riuscito a catturare quel pezzo su cassetta grazie al primo registratore a cassette di mia sorella, accostando l'altoparlante della vecchia radio Telefunken di mio padre al microfono (cavi di collegamento tra i due apparecchi: non pervenuti!). Sembra la preistoria, sembra una vita fa, oggi che le nuove generazioni non hanno nemmeno fatto in tempo ad usare i CD.
Crescendo ho avuto la fortuna di capire che nella musica si può cambiare idea, come più in genere nella vita. Ma solo di recente ho veramente capito quanto sia molto più importante fare quello che ci si sente, e non quello che si pensa sia "da fare". E so anche grazie a chi.
È facile e possibile molto più spesso di quanto pensiamo.

Video di Jump su YouTube

giovedì 20 novembre 2014

Sunday

Sarà l’autunno.
Sarà il periodo.
Saranno un sacco di cose.
Fatto sta che ho bisogno di rimettermi in moto. Per questo oggi, per questo adesso, sto ascoltando Sunday.
Questo brano del 2008 è la terza traccia di Nothing To Prove degli H2O.
Ascoltare questo pezzo, anche se il testo ha una vena po’ malinconica, mi fa sta bene e mi fa pensare al futuro con ottimismo. È un po’ un inno alla vita, al ricordarsi da dove veniamo per guardare a dove possiamo arrivare. Ed è soprattutto pieno di energia, come spesso accade con la musica hardcore punk. Ti muove.
Credo che Toby Morse e soci siano riusciti a metterci dentro il sole e tutto lo spirito della PMA (Positive Mental Attitude). Trovare esempi del genere al giorno d’oggi non è scontato né facile.
Ricordo che al primo ascolto mi ha colpito sentirmi così partecipe delle emozioni di una persona sconosciuta, mi ha scaldato. Avere poi avuto modo di conoscere e scambiare due chiacchiere con Todd e Toby in occasione di un loro live a Monza un paio d’anni fa mi ha dimostrato come si possa essere genuini e positivi senza dover cercare di apparire ciò che non si è.

Possono sembrare piccole cose ma ti possono far sentire molto fortunato.

H2O su Wikipedia
One Life One Chance
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